Il fiore delle emozioni di Plutchik

mindful parenting_il fiore delle emozioni

“Perché io ci provo, ho pazienza, tengo tengo tengo... ma poi scoppio!”



Cosa ci hanno insegnato rispetto alla rabbia? Come gestiamo da adulti questa sensazione?
La rabbia è una delle emozioni più controverse, complesse e a volte spaventanti della nostra esperienza emotiva. Non sappiamo bene che farcene, non sappiamo come comunicarla, abbiamo la convinzione di fondo che la rabbia si sovrapponga all'aggressività (dunque se comunico la rabbia sto già urlando, minacciando, magari lanciando oggetti). Confondiamo rabbia e aggressività, rabbia e collera. Il passaggio che ci manca è quello precedente e ci manca perché tendenzialmente la rabbia, da che abbiamo 2-3 anni, è una delle emozioni che più viene censurata e repressa. Semplicemente non piace, è contagiosa, velenosa, sbagliata e va “trattenuta”.
Quel trattenere che viviamo da adulti è proprio ciò che ci porta a scoppiare: non dobbiamo viverlo come un fallimento (ci ho provato, ma non ci sono riuscito) ma come una naturale conseguenza del nostro reprimere. Una diga può essere molto resistente ma se il fiume aumenta di due volte la sua portata, la diga si spezzerà.

Nell'immaginario comune la rabbia funziona come una pentola a pressione: sul fuoco basso, la pressione interna aumenta in maniera graduale finché non arriva a sfiatare con grande intensità quando la pentola è completamente piena di vapore e non può più contenerlo. Una volta che ha sfiatato a sufficienza, si può spegnere il fuoco e lasciarla a riposo, finché non si raffredda.

Così noi esseri umani tratteniamo il nostro “vapore” interno finché abbiamo capienza (chi più, chi meno, oppure un giorno ne conteniamo di più, il giorno dopo molto meno), dopodiché “sfiatiamo”: urlando, minacciando, diventando aggressivi verbalmente e/o fisicamente.
E dopo abbiamo bisogno di raffreddarci: tempo e spazio per riprendere fiato, calmarsi, ritrovare la ragione. In termini tecnici significa consentire ai nostri centri superiori e neo-corticali di tornare a funzionare a pieno regime, tornare letteralmente umani. Spesso questo frangente di tempo è quello in cui compaiono il senso di colpa, la solitudine, la paura. Non siamo proprio entusiasti per come sono andate le cose, ma ci diciamo “ero arrivato al limite” oppure “sono troppo stanco”.

Dov'è l'inghippo?

E' proprio quell'arrivare al limite. Quel mettere il coperchio sulla pentola e chiudere ermeticamente. Questo è il meccanismo di repressione/esclusione della rabbia. So che mi sto scaldando ma attivamente scelgo di tenere tutto a bada, dentro di me, esternamente si vede magari appannare la superficie, ma niente e nessuno sanno a che punto possa essere la “cottura”. Questo è del tutto controproducente perché, se ci riflettiamo, è impossibile evitare che una pentola e pressione cominci a sfiatare. O la togliamo dal fuoco, oppure non la chiudiamo. Siccome il fuoco rappresenta l'ambiente intorno a noi, le grandi e piccole cose che ci possono far arrabbiare, non possiamo escluderlo del tutto. Evitiamo dunque di mettere il coperchio.

Se concediamo al vapore di fluire in maniera libera fuori dalla nostra pentola, di disperdersi nell'ambiente anziché di venire pressurizzato fino a sfiatare da un buco piccolissimo (dunque con una potenza inverosimile) ecco che la rabbia non sarà più esplosiva, non diventerà aggressività, non sarà dannosa. La paura che la rabbia possa essere dannosa ci fa mettere il coperchio, ma è proprio il coperchio che assicura che questa forza emotiva si trasformi in qualcosa di pericoloso e nocivo.

Ascoltiamoci

Sentiamo bollire l'acqua. Notiamo le piccole bollicine che cominciano a salire verso la superficie. Lasciamo che il nostro corpo ci guidi, indicandoci le piccole variazioni. Soffermiamoci, guardiamole. Comunichiamole. E se la rabbia perde di avere quel valore diabolico che sempre le attribuiamo riusciremo anche a non usarla come una minaccia: “guarda che mi sto arrabbiando”. Perché diventa una minaccia? Succede quando pensiamo che le emozioni possano fungere da deterrente per gli altri, da indicatore per il LORO comportamento. Ed ecco che diciamo ai bambini “se continui così finisce che mi arrabbio”, oppure “se non mi saluti divento triste”: le emozioni assumono un valore negativo, spiacevole, nocivo ed è qualcun'altro (un bambino!) a doverci pensare, a doverle prevenire e gestire (comportandosi bene, ascoltando, obbedendo). Imparano allora ad essere molto attenti alle attenzioni altrui, perché possono essere pericolose, qualcosa di minaccioso sull'integrità della relazione.

Rewind: le emozioni servono a noi stessi

La natura ce le ha donate proprio come strumenti per orientarci nel mondo. Sono la nostra bussola, il nostro tachimetro. Perché mai dovremmo muoverci nel mondo senza osservare la rotta, senza controllare la nostra velocità, come sta il nostro motore, se abbiamo ancora benzina? Sarebbe da incoscienti, da viaggiatori e navigatori inesperti, quasi sicuramente destinati al fallimento.
Ed effettivamente un po' inesperti lo siamo.

Come rimediare?

Ascoltiamo le nostre emozioni e le loro infinite sfumature.
Qui viene illustrato il “fiore delle emozioni”, elaborato da Plutchik, uno dei massimi studiosi mondiali di emozioni. Il fiore ci illustra 8 emozioni di base rappresentate sui petali: rabbia, disgusto, tristezza, sorpresa, paura, fiducia, gioia, aspettativa che vengono declinate anche nelle loro sfumature. Dunque abbiamo 3 livelli per ogni tipologia di emozione, dove il grado più intenso si trova al centro del fiore: guardando alla rabbia vediamo che cresce da irritazione, diventa rabbia ed esplode in collera. Questo è uno schema generico ma ognuno di noi potrebbe scoprire che riesce ad avvertire sfumature in più. Il fiore ci mostra anche come le emozioni possano combinarsi fra loro, dando vita a sensazioni/atteggiamenti più complessi ed elaborati: quindi provando rabbia mista a disgusto compare il disprezzo; rabbia mista ad aspettativa emerge l'aggressività.

Quando sentiamo che qualcosa sta accendendo il fuoco sotto la pentola mettiamo via il coperchio, lasciamolo in un cassetto. Non facciamoci prendere dall'automatismo repressivo, per cui bisogna far finta di niente e trattenere cosa proviamo: ascoltiamo e comunichiamo. Momento per momento, al tempo presente: “mi sento ….”: se non ci riesce da subito farlo con gli altri, cominciamo a farlo con noi stessi. Dire a se stessi “mi sento infastidito per questa cosa appena successa” è già un primo passo, poiché ci aiuta a sentire come cresce la nostra emozione, ma soprattutto ci aiuta a non lasciarla libera di montare e gonfiarsi fino allo sfiato. Forse prendendoci noi cura in prima persona di ogni passaggio riusciamo a non trasformare mille piccole frustrazioni in un'unica grande esplosione di collera, dove tutto è mescolato e dove la ragione non può più intervenire.
Anche capire meglio cosa ci infastidisce è un grande aiuto, a condizione che venga espresso e compreso in termini soggettivi: non può essere il figlio che non collabora a farci arrabbiare. Cosa suscita in noi quella non-collaborazione? Ci sentiamo rifiutati? Non riconosciuti? Soli? Incapaci? Non amati? Ecco il trigger, ecco cosa accende il fuoco: “quando mi sento rifiutato, provo rabbia”.

Questi sono i primi passaggi verso un'educazione emotiva che in primis deve partire da noi genitori per poi arrivare ai nostri bambini: non possiamo chiedere ai nostri figli di arrabbiarsi in maniera sana se non riusciamo noi per primi a mostrare come ci si può arrabbiare. Veder fare e saper fare vale anche sulle emozioni e su come possiamo regolarle. Provate a immaginare come vorreste che si arrabbiassero i vostri bambini, ve lo siete mai chiesto? Come vorrei che mio figlio mi esprimesse la sua rabbia e frustrazione? Immaginatelo e cominciate voi per primi a farlo.
Perché la rabbia chiede di essere espressa per mantenere le sue utili funzioni: ripristinare equilibri di ogni sorta.



Testo elaborato dalla Dott.ssa Valeria Falovo